San Benedetto pensa al voto con il dogma dell’Imu che uccide il recupero urbano e premia il cemento. Il sistema che premia le grande lobby non funziona: serve un regolamento attuativo chiaro

 

Mentre la città di San Benedetto del Tronto si avvicina all’appuntamento elettorale di maggio 2026, emerge una frattura profonda tra le ambizioni di città sostenibile e la realtà di una gestione tributaria che sembra guardare esclusivamente al passato, o peggio, agli interessi delle grandi lobby del cemento. Al centro della polemica c’è l’interpretazione restrittiva che l’Ufficio Tributi applica all’esenzione Imu per i beni merce. Il primo fattore che emerge è una disparità che blocca la riqualificazione. Secondo la normativa nazionale, i fabbricati costruiti e destinati dall’impresa costruttrice alla vendita (beni merce) sono esenti dall’Imu. Tuttavia, in Riviera si sta consolidando una prassi pericolosa: l’esenzione viene riconosciuta con facilità a chi edifica ex novo (i cosiddetti palazzinari), mentre viene ostacolata o negata a chi acquista vecchi fabbricati in centro storico per ristrutturarli e valorizzarli. “È un paradosso amministrativo e ambientale – spiegano gli addetti ai lavori -. Se un’impresa acquista un lotto di terreno vergine e ci versa colate di cemento, gode dell’esenzione. Se una piccola o media impresa locale decide di investire nel restauro di un palazzo decadente nel cuore della città, viene sommersa da avvisi di accertamento Imu”.

L’attuale indirizzo amministrativo sembra andare contro la Costituzione e contro l’ambiente, ignorando due principi cardine. Innanzitutto l’equità fiscale. In questa direzione la tassazione, per dettato costituzionale, dovrebbe essere uguale a parità di obiettivi. Non esiste ragione logica per cui un’impresa che produce valore tramite il restauro debba essere trattata peggio di chi costruisce nel vuoto. In secondo luogo poi va tenuta in considerazione la tutela del suolo. In un’epoca di crisi climatica, privilegiare chi “immette cemento nei prati fioriti” anziché chi protegge e cura il patrimonio edilizio esistente è una scelta politica miope che condanna San Benedetto al degrado estetico e funzionale.
Queste situazioni conducono ad un necessario appello da rivolgere ai futuri amministratori. Il rischio è che nessuna impresa investirà più nel recupero del centro storico. Perché rischiare capitali in restauri complessi se il comune trasforma l’Imu in una tassa punitiva sulla riqualificazione?

Tale lettura, quindi, punta il dito contro un sistema che, nei fatti, favorisce le grandi lobby a discapito delle piccole realtà artigiane, pilastro dell’economia locale e custodi della bellezza urbana. Il voto di maggio 2026 sarà decisivo. L’appello è rivolto ai candidati sindaco e alle liste civiche: serve un regolamento attuativo chiaro che elimini questa disparità di trattamento. La città ha bisogno di amministratori che abbiano il coraggio di cambiare radicalmente indirizzo, passando dalla politica dei nuovi volumi alla politica della cura dell’esistente. I cittadini-elettori sono avvisati: votare per la continuità significa votare per una città che si sgretola al centro e si cementifica in periferia. È tempo di scegliere chi vuole davvero una San Benedetto moderna, equa e libera da vecchi vincoli di interesse.


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