Una Diocesi allo specchio, il caso della ‘Pastasciutta Antifascista’ e la bussola smarrita del Vescovo Gianpiero Palmieri

Ad Ascoli il caldo di luglio ha sempre lo stesso odore, la pietra bianca che trattiene il sole, i tavolini che si riempiono al tramonto, le prove della Quintana, le conversazioni che si allungano fino a notte. È il tempo delle cronache leggere, destinate a lasciare il posto a quelle del giorno successivo. Quest’anno è andata diversamente con l’organizzazione della Pastasciutta Antifascista del Collettivo Caciara e la loro denuncia della revoca dell’autorizzazione. È così allora che interviene il vescovo Gianpiero Palmieri. Nel tentativo di ricomporre il quadro, tre sono le versioni presentate: 1) “quello che possono aver detto alcuni parrocchiani”, non meglio definiti, che a detta del Collettivo hanno sia contestato la presenza della dicitura “Pastasciutta antifascista” sia chiesto l’annullamento dell’evento perché giudicato inopportuno; 2) una richiesta presentata inizialmente al prete come una cena di beneficenza; 3) un parroco di origine straniera che non ha compreso la portata dell’iniziativa (“un frate minore arrivato da circa un anno che non conosce a fondo la storia e il dibattito politico italiano”. Ma allora come sono andate davvero le cose? La terribile colpa dell’equivoco chi ce l’ha? I parrocchiani che vogliono slegare iniziative politiche dalla vita della diocesi? Il prete poco avvezzo alla storia e al dibattito politico italiano? Le parti che hanno proposto in modo erroneo l’evento? O ancora: le tre versioni sono tutte corrette? Il presule aggiunge poi che è stato proprio il prete keniota ad individuare una sede alternativa per consentire lo svolgimento della manifestazione. Parole da titoli di coda avrà immaginato il Vescovo? E invece no, parole che producono esattamente l’effetto contrario…

Nel giro di poche ore la città si trova davanti versioni diverse della stessa storia. Da quel momento il dibattito cambia natura, ogni precisazione genera nuove domande ma, soprattutto, si crea il più classico dei Cavalli di Troia per il Collettivo: la possibilità, colta al balzo, di trasformare l’episodio in un caso (non è la prima volta), rilanciando la noiosa lettura della città che non riesce a fare pace con il passato, dal clima irrespirabile, piena di facinorosi che limitano la libertà di espressione. Una visione che, diciamocelo chiaramente, oltre ad essere lontana dalla realtà, continua a dividere profondamente l’opinione pubblica ascolana, dove quasi la totalità dei cittadini non si riconosce nell’immagine di una comunità raccontata attraverso una contrapposizione permanente e fantasiosa fra fascismo e antifascismo. Una guida ecclesiale viene giudicata anche dalla capacità di attraversare le controversie con parole limpide e decisioni coerenti. Nella vicenda della Pastasciutta, invece, la comunicazione finisce per occupare il centro della scena. Ogni tentativo di chiarimento apre un ulteriore fronte di discussione, mentre le diverse ricostruzioni continuano a rincorrersi senza trovare un punto di sintesi. E proprio sul tema della coerenza emerge un ulteriore elemento di riflessione.

Nei giorni scorsi è stata diffusa la locandina di presentazione del libro “Quanta bellezza. Mamme e papà di persone LGBTQ+ si raccontano”, sulla quale compare anche il logo della Diocesi di Ascoli Piceno. Che significato ha questa presenza? Si tratta di un patrocinio ufficiale, di una semplice collaborazione o della sola concessione dell’utilizzo del logo? È un aspetto che inevitabilmente alimenta il dibattito sulla linea pastorale del Vescovo Palmieri: da un lato la prudenza mostrata nei confronti di un’iniziativa percepita come politicamente connotata, come si legge dalla lunga lettera scritta dal presule, letta per interposta persona in occasione della pastasciutta, di cui si avrà modo di parlare più diffusamente (“Abitualmente le parrocchie non ospitano iniziative di partiti politici, né di movimenti e di collettivi politici; è questo il motivo del “no” di padre Floribert. Ma perché non sembri che il motivo sia il tema – l’antifascismo – ho deciso, vista la disponibilità di don Daniele e in via eccezionale, di ospitare la cena a San Marcello”), dall’altro l’adesione ad appuntamenti dedicati alle famiglie di persone LGBTQ+? Il tema per una parte del mondo cattolico rappresenta un terreno sensibile che continua a suscitare un confronto acceso. Non è necessariamente una contraddizione in sé, né tantomeno una critica all’accompagnamento pastorale delle persone, che appartiene alla missione della Chiesa; è però un elemento che contribuisce ad alimentare gli interrogativi sulle scelte della diocesi, sui criteri e sulla direzione che il suo governo pastorale intende proporre.

Chi segue da tempo la vita della Chiesa ascolana sa che questo clima non nasce dal vuoto. Di recente proprio la nostra testata Piceno News 24 ha pubblicato numerosi approfondimenti dedicati alla diocesi e alla sua guida, raccontando tensioni interne, difficoltà organizzative e uno stile che ha alimentato un acceso dibattito. Sono ricostruzioni giornalistiche che appartengono alla responsabilità della testata, ma forse costituiscono un contesto dal quale questa vicenda viene inevitabilmente osservata dalla cittadinanza. Così una cena estiva finisce per assumere un significato inatteso. La discussione supera rapidamente il destino dell’iniziativa, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica la vicenda incide sulla credibilità dell’istituzione religiosa, uno striscione anonimo, sicuramente inappropriato e di poco gusto, appeso in città recita “Vescovo via da Ascoli”. Ad emergere con forza è soltanto una domanda, destinata ad accompagnare anche le prossime puntate di questo racconto: la Chiesa può continuare a parlare ai fedeli soltanto attraverso comunicati, dichiarazioni e scadenze di mandato evidenziate (“e per buona pace di chi ha scritto lo striscione, ricordiamo che il mandato del vescovo Gianpiero, terminerà tra 15 anni?”), oppure il compito di una diocesi dovrebbe consistere innanzitutto nel condividere con loro un cammino?


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