Cantiere San Benedetto: la città risponde presente. Sono state ben 352 le voci che si sono dette pronte a costruire il futuro insieme. Il processo partecipativo di Fondazione Fabbrica Cultura funziona

 

C’è un numero che vale più di mille dichiarazioni di intenti: 352. Sono le schede informative compilate online dalla cittadinanza dall’avvio del processo partecipativo promosso dalla Fondazione Fabbrica Cultura nell’ambito del progetto Cantiere San Benedetto. Trecentocinquantadue sambenedettesi che hanno scelto di non restare a guardare, di non limitarsi a commentare sui social o a lamentarsi al bar, ma di sedersi — virtualmente — a quel tavolo dove si decide come sarà la loro città nei prossimi anni. Un segnale forte, che racconta qualcosa di importante non solo sul progetto, ma sulla maturità civica di una comunità che vuole essere protagonista del proprio futuro. Intanto, sul fronte della disseminazione fisica dei punti di ascolto sul territorio cittadino, si chiude oggi un capitolo significativo del percorso. Con l’attivazione degli ultimi postazioni nei locali Caffè Florian, Gran Caffè Sciarra, Caffè Max, Monkey’s, Antico Caffè Soriano e Caffè Paolini, la rete di presidio diffuso raggiunge la sua configurazione completa. La fase di disseminazione urbana è ufficialmente conclusa, e il bilancio che consegna è più che positivo.

I bar come Agorà: la scommessa vinta della prossimità
Scegliere i caffè storici e i locali di ritrovo cittadino come luoghi deputati alla raccolta delle opinioni e delle proposte dei residenti non era una scelta scontata. Poteva sembrare una strategia di bassa intensità, quasi informale, rispetto ai canali istituzionali più tradizionali — le assemblee pubbliche, i questionari inviati alle famiglie, i banchetti nelle piazze. Invece si è rivelata una scelta di straordinaria efficacia, fondata su una comprensione lucida di come funzionano davvero le comunità. Le persone parlano di futuro mentre aspettano il caffè. Riflettono sulla loro città mentre sfogliano il giornale al tavolo del mattino. Si fermano a leggere un pannello informativo quando lo trovano in un luogo che frequentano ogni giorno, non in una sala consiliare che visitano una volta ogni cinque anni. Caffè Florian, Gran Caffè Sciarra, Caffè Max, Monkey’s, Antico Caffè Soriano e Caffè Paolini non sono stati scelti per ragioni estetiche o di convenienza logistica: sono stati scelti perché sono i luoghi dove San Benedetto del Tronto incontra sé stessa ogni giorno, dove le generazioni si mescolano, dove la città pensa ad alta voce. Il risultato — 352 schede compilate, un numero destinato a crescere nelle prossime settimane — conferma che la scommessa era giusta. Quando si porta la partecipazione civica nei luoghi della vita quotidiana, la vita quotidiana risponde. E risponde con una generosità che sorprende chi è abituato alle adesioni scarse dei processi partecipativi tradizionali.

Trecentocinquantadue voci: la città che si racconta
Trecentocinquantadue schede informative. Trecentocinquantadue sambenedettesi che hanno dedicato qualche minuto del loro tempo a rispondere a domande sulla città in cui vivono, a esprimere priorità, a segnalare problemi, a proporre soluzioni. Un campione che, per una città come San Benedetto del Tronto, ha un peso specifico considerevole — e che la Fondazione Fabbrica Cultura sta analizzando con la cura e il rigore metodologico che un materiale così prezioso merita. Non si tratta, è bene chiarirlo, di un sondaggio nel senso statistico del termine. Le schede raccolte non ambiscono a rappresentare in modo scientificamente proporzionale la totalità della popolazione. Sono qualcosa di più interessante e di più utile: sono la voce della cittadinanza attiva, di quella parte della comunità che ha voglia di impegnarsi, di contribuire, di non delegare interamente alle istituzioni le decisioni che riguardano la qualità della propria vita urbana. È esattamente quella voce che un processo partecipativo serio deve saper ascoltare, valorizzare e tradurre in indirizzi operativi. I dati raccolti stanno emergendo con una chiarezza che raramente si ottiene da processi di questo tipo. Tra le proposte e le priorità indicate dai cittadini, una in particolare si distingue per la frequenza con cui ricorre e per la concretezza dell’idea che esprime.

Il Cittadino Custode: quando la tecnologia serve la comunità
Si chiama “Cittadino Custode” ed è, tra le proposte emerse dalle schede partecipative, quella che ha raccolto il maggior numero di consensi e il più alto livello di interesse trasversale tra i partecipanti al processo. L’idea, nella sua semplicità concettuale, è di quelle che fanno pensare: perché non l’abbiamo fatto prima? Il progetto prevede la realizzazione di una applicazione digitale dedicata, attraverso la quale ogni cittadino possa segnalare in tempo reale situazioni di degrado urbano, guasti, criticità, problemi di sicurezza o qualsiasi altra condizione che richieda un intervento rapido da parte dell’amministrazione comunale. La segnalazione, geolocalizzata e corredata di una breve descrizione e di una fotografia, raggiungerebbe immediatamente una squadra municipale di pronto intervento, abilitata a rispondere con velocità ed efficienza alle necessità del territorio. Il meccanismo è elegante nella sua logica: trasforma ogni abitante di San Benedetto del Tronto in un sensore attivo del territorio urbano, in un presidio diffuso e capillare che nessuna amministrazione, per quanto efficiente, potrebbe replicare con le sole forze proprie. Non sostituisce il lavoro dei tecnici comunali e degli operatori pubblici, ma lo potenzia in modo esponenziale, moltiplicando gli occhi sul territorio e riducendo drasticamente i tempi tra la comparsa di un problema e la sua risoluzione. C’è anche una dimensione civica profonda in questa proposta, che va oltre la sua utilità pratica. Il Cittadino Custode non è solo uno strumento di efficienza amministrativa: è un’idea di città. Una città in cui il confine tra chi governa e chi è governato diventa più permeabile, in cui la responsabilità del bene comune è condivisa, in cui ogni persona che cammina per le strade si sente parte di una comunità che si prende cura di sé stessa. È un cambio di paradigma culturale prima ancora che tecnologico, e il fatto che sia emerso spontaneamente dalle schede dei cittadini — e non dalla scrivania di un consulente o di un assessore — lo rende ancora più significativo. La proposta è ora al vaglio della Fondazione Fabbrica Cultura, che la inserirà nel documento di sintesi del processo partecipativo destinato all’amministrazione comunale. Nei prossimi mesi si capirà se e come San Benedetto del Tronto vorrà trasformare questa idea in realtà operativa. Ma il segnale che arriva dalla cittadinanza è inequivocabile: la città vuole strumenti nuovi per partecipare alla propria cura, e la tecnologia — quella giusta, quella al servizio delle persone e non fine a sé stessa — può essere una risposta concreta.

Un cantiere aperto: il processo continua
La conclusione della fase di disseminazione dei punti di ascolto non significa che il processo partecipativo si chiude. Significa, semmai, che entra in una fase nuova. Le 352 schede raccolte — e quelle che continueranno ad arrivare attraverso il canale online — alimenteranno nelle prossime settimane un lavoro di analisi e sintesi che la Fondazione Fabbrica Cultura condurrà con il rigore metodologico che contraddistingue il suo approccio. I temi emersi, le priorità indicate, le proposte avanzate verranno organizzati in un quadro coerente che diventerà la base documentale del dialogo con l’amministrazione comunale e con tutti i soggetti coinvolti nel futuro di San Benedetto del Tronto. Cantiere San Benedetto non è uno slogan: è una metafora precisa. Un cantiere è un luogo in divenire, rumoroso e un po’ caotico, dove le cose cambiano ogni giorno e dove il risultato finale non si vede ancora, ma si costruisce mattone dopo mattone, con fatica e con metodo. È un luogo dove convivono visioni diverse, competenze diverse, interessi diversi — e dove, se tutto funziona, quella diversità diventa ricchezza e non conflitto. San Benedetto del Tronto sta dimostrando di saper stare in questo cantiere con serietà e partecipazione. I 352 cittadini che hanno compilato la scheda sono la prova più concreta di una comunità che non ha rinunciato a credere che la propria voce possa fare la differenza. Sta alle istituzioni, ora, dimostrare di essere all’altezza di quella fiducia.
Il cantiere è aperto. Il lavoro continua.


Articolo Precedente

Housing universitario: ERDIS, ERAP, Unicam e Comune di Ascoli intorno allo stesso tavolo per discutere di nuovi progetti