Galeati: “Con i dazi americani rischia tutto il settore agroalimentare”, Sabatini: “Danni per i nostri produttori”

Galeati

ASCOLI – “Con i dazi Usa “tutto il sistema agroalimentare italiano andrà in crisi”.

Questa la previsione di Angelo Galeati, amministratore delegato di Sabelli, azienda del settore caseario con sede ad Ascoli. “Non siamo direttamente coinvolti – dice Galeati -, ma è evidente che ci saranno ripercussioni su tutto il settore. L’imposizione dei dazi colpisce non solo i prodotti, ma “le aree in cui sono coinvolti i prodotti di origine agricola. Questo causerà un forte rallentamento dell’export italiano di questi prodotti e, di rimando, un crollo delle materie prime, generando a catena una crisi su tutta la filiera, quantomeno parziale”. Il pensiero va alla battaglia dei produttori di latte della Sardegna. “Se l’export di pecorino romano o del parmigiano dovesse calare, com’è facile che accada – osserva Galeati -, verrà trasformato meno latte, che avanzerà mentre il prezzo scende”. Diverse dunque le conseguenze della politica americana sui dazi dei prodotti europei.

“La mancata applicazione dei dazi sull’olio extravergine e sul vino italiano non ci soddisfa, anche se riguarda due comparti leader dell’agroalimentare marchigiano”. Così il presidente della Camera di Commercio delle Marche Gino Sabatini, commentando la lista dei prodotti italiani colpiti dai dazi Usa. “Sono preoccupatissimo per l’aumento del 25% sul valore reale dei prodotti dell’agroalimentare. I nostri produttori rischiano di finire in ginocchio, in una situazione congiunturale già complessa, per la Brexit, la probabile crisi del mercato tedesco e le contro-sanzioni russe”. Sabatini è in contatto con le associazioni agricole “con l’obiettivo di concordare a livello nazionale ogni iniziativa che possa evitare un disastro economico, con la perdita prodotti di qualità, imprenditori eccellenti e posti di lavoro”. Il presidente della Cciaa è “favorevolissimo a misure di reciprocità: se gli americani mettono dazi ai nostri prodotti agroalimentari, l’Europa ha il dovere di fare altrettanto con i brand Usa”.

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