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Una Diocesi allo specchio, quando un messaggio apre la domanda sul rapporto tra il ministero di un Vescovo e le categorie politiche
Dopo giorni di polemiche, ricostruzioni contrastanti e comunicati, la diocesi ha scelto la strada dell’incontro oppure ha continuato a parlare attraverso dichiarazioni? La risposta arriva la sera della Pastasciutta.
La cena, alla fine, si svolge regolarmente. Il vescovo Palmieri non è presente: è impegnato a San Benedetto del Tronto per la festa della Madonna della Marina. Ai partecipanti affida un messaggio scritto da leggere durante la serata, al quale bisogna prestare la massima attenzione.
Il documento contiene innanzitutto un chiarimento importante.
Per la prima volta viene spiegato che il primo diniego espresso dalla parrocchia dei Frati non riguardava il tema dell’antifascismo, bensì il fatto che l’iniziativa fosse politicamente connotata. È questo, scrive il vescovo, il motivo del rifiuto iniziale. La successiva disponibilità nasce dalla volontà di evitare che quel diniego fosse interpretato come una presa di posizione contro il tema. E già qui vale la pena fermarsi. Posto che questo sia il reale motivo, se fosse stato detto fin da subito, come sarebbero potuti nascere dei retropensieri? Cosa si sarebbe potuto temere di fronte ad una chiarezza simile? Se, come scrive il presule, la comunità cristiana – giustamente – non vuole sentirsi “tirata per la giacchetta o peggio identificata con un partito o un movimento politico”, perché concedere lo svolgimento in via del tutto eccezionale di un evento per evitare speculazioni come un orientamento di chiusura sul tema?
Al di là di queste domande che non si possono non lasciare aperte, ma che spingono comunque ad una riflessione, ci si aspetterebbe che il messaggio si fermi qui: scelta compiuta spiegata e clima ricomposto. Accade invece qualcosa di diverso. Le pagine successive si trasformano in una lunga riflessione sul fascismo, sull’antifascismo, sulla Costituzione, accompagnata da citazioni di diverse figure come La Pira, Tina Anselmi, Aldo Moro, Paolo VI e Pio XI. Il caso diventa il punto di partenza per un ragionamento storico e politico molto più ampio. Naturalmente un vescovo è libero di intervenire nella vita pubblica. La dottrina sociale della Chiesa non ha mai chiesto ai pastori di rinchiudersi nella sacrestia, e la storia del cattolicesimo è ricca di voci che hanno saputo illuminare anche le questioni civili.
La domanda, però, è un’altra.
In una vicenda nata all’interno di una comunità parrocchiale, i fedeli si aspettavano un saggio sulla storia politica del Novecento e su ciò che di essa è ormai defunto oppure una parola capace di ricomporre una frattura, accompagnare le coscienze e riportare il confronto sul terreno della vita ecclesiale?
Anche perché il testo, mentre rivendica la necessità di mantenere la Chiesa estranea alle appartenenze politiche, sembra entrare progressivamente nel linguaggio della politica.
Il problema, sia chiaro, non è l’antifascismo. È piuttosto il metodo e la categorizzazione.
Il passaggio più significativo riguarda la discutibile riflessione sulla terminologia «Dio, patria e famiglia». Il vescovo osserva che quella formula, separata dal Vangelo, dalla Costituzione, dall’attenzione verso gli ultimi, e che «parole come “identità”, “storia”, “coesione” possono essere facilmente strumentalizzate e fraintese in modo da provocare pericolose fratture ideologiche fuori dal quadro evangelico e dalla dottrina cristiana nel suo complesso».
È qui che il ragionamento suscita alcuni interrogativi. Innanzitutto: come si fa a stabilire che l’utilizzo di queste parole porti necessariamente a posizioni e a fratture ideologiche? Chi lo stabilisce? E poi… a colpire è che il vescovo finisca per considerare l’accostamento delle parole «Dio, patria e famiglia» non come un semplice richiamo a tre valori, ma come qualcosa che potrebbe, nelle condizioni indicate, diventare “di parte, magari contro gli altri”. È un’affermazione che sorprende non solo per la sua radicalità, ma anche perché sembra fare esattamente ciò che pochi paragrafi prima si era dichiarato di voler evitare: trasformare un tema complesso in una contrapposizione, privata della pluralità. Le parole precedono le ideologie… perché inserirle necessariamente in una visione polarizzante? Le parole hanno un significato prima ancora di avere un colore politico o ideologico. Quando categorie universali vengono lette quasi esclusivamente attraverso la lente della contesa politica contemporanea, il rischio è che smettano di appartenere a tutti e diventino patrimonio della sola parte che le usa secondo i criteri proposti. E questo non è un metodo che già produce esclusione?
Il compito della Chiesa, forse, non dovrebbe procedere nella direzione opposta? Non dovrebbe sottrarre i grandi valori alla propaganda della divisione, di qualunque tipo, restituendo ai fedeli la loro profondità originaria? Una parola può essere manipolata da chiunque senza perdere, per questo, la propria dignità morale e spirituale, altrimenti il giudizio non riguarda più il comportamento delle persone, ma il vocabolario stesso con cui raccontano la propria storia.
C’è poi un altro aspetto che lascia spazio alla riflessione.
Il testo approda ad altre due affermazioni di rilievo: «non possiamo non definirci antifascisti», «qualcuno si dice preoccupato del fatto che “una parte significativa del mondo ecclesiastico e della sinistra abbia trovato una crescente convergenza sui temi quali immigrazione, accoglienza e multiculturalismo”; ecco, noi precisiamo che si tratta di convergenza su alcuni temi, ma non certamente su tutti. […] “una felice convergenza di posizioni”» facendo proprie le parole di Aldo Moro…
Partiamo dalla prima: l’espressione si inserisce nel percorso storico sviluppato e richiama una precisa lettura del rapporto tra cristianesimo e fascismo. Resta tuttavia una domanda sul piano pastorale. I fedeli hanno davvero bisogno di essere definiti attraverso questa categoria? Oppure hanno bisogno, prima di tutto, di sentirsi accompagnati nel cammino della fede? Si chiederà a loro un patentino? Quando entrano nelle parrocchie tra le domande che pongono sulla loro esistenza e sulla contemporaneità c’è anche questa? La comunità cristiana raccoglie l’operaio e il dirigente, il pensionato e lo studente, chi vota a destra, chi vota a sinistra, chi non si riconosce in alcuna appartenenza politica. Li raccoglie non perché condividano un’identica lettura della storia, ma perché condividono — o cercano di condividere — la stessa fede.
Arriviamo alla seconda: il Vescovo, riprendendo un commento sui social e usando le parole di Moro, si dice felice della crescente convergenza di alcune posizioni tra il mondo ecclesiastico e la sinistra. Un elemento non di poco conto considerando le premesse: evitare l’identificazione con movimenti politici, evitare parole che possano produrre fratture ideologiche… È un messaggio opportuno? E ancora: chi non dovesse sentire questa convergenza cosa fa? Dovrebbe sentirsi meno rappresentato dalla Chiesa?
La forza della Chiesa non è mai stata quella di distribuire appartenenze civili e politiche. È stata quella di annunciare Cristo. Per questo colpisce che il punto d’approdo sia una definizione politica, mentre sembrano assenti delle riflessioni sulle sfide che oggi attraversano la vita delle comunità: la trasmissione della fede, la crisi educativa, la solitudine, la fragilità delle famiglie, l’indifferenza.
Un filosofo del secolo scorso, non di certo fascista, scriveva un altro saggio dal titolo “Perché non possiamo non dirci cristiani”, indicando nel cristianesimo un fondamento della civiltà occidentale. Al di là del contesto storico, quella formula richiamava un’identità che precedeva ogni appartenenza politica.
Forse è proprio questa la domanda che il messaggio del Vescovo Palmieri lascia aperta. Una Chiesa è certamente chiamata a esprimere un giudizio morale sulle ideologie, tutte, che negano la dignità delle persone ma il cuore di una diocesi non è forse l’annuncio del Vangelo e il cammino con una comunità composta da persone diverse, senza chiedere loro un’etichetta per sentirsi pienamente parte della Chiesa?
La vicenda della Pastasciutta è già conclusa, disposta negli archivi della cronaca locale, ma il serio interrogativo che consegna alla diocesi, invece, rimane.
In un tempo in cui i fedeli chiedono soprattutto di essere ascoltati, accompagnati e sostenuti nella fede, qual è oggi la prima parola che si attendono da un vescovo? Una contrapposizione di categorie politiche passate e presenti o una parola capace di tenere unita una comunità che, prima di ogni altra definizione, è chiamata a dirsi cristiana?
Redazione




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