San Benedetto al voto, dopo vent’anni tra Comune e Regione alle amministrative torna in campo Fabio Urbinati col Pd: “Voglio mettere la mia esperienza al servizio della comunità”

 

C’è un filo rosso che attraversa vent’anni di vita politica di Fabio Urbinati, e quel filo si chiama San Benedetto del Tronto. La città in cui è cresciuto, in cui ha mosso i primi passi in Consiglio comunale da giovanissimo, in cui è tornato dopo la lunga esperienza in Regione. Oggi si ripresenta agli elettori come candidato consigliere nelle file del Partito Democratico, con la consapevolezza di chi conosce le istituzioni dall’interno e con l’urgenza di chi vede una comunità che rischia di sgretolarsi. “Ero ancora un ragazzino”, racconta con un sorriso che mescola nostalgia e ironia, riferendosi alla prima elezione in Consiglio comunale. Da allora il percorso è stato lungo e non privo di deviazioni: cinque anni da consigliere, cinque da assessore, poi il salto in Regione nel 2015. A Palazzo Leopardi ha ricoperto il ruolo di capogruppo del PD per tre anni e mezzo, per poi guidare il gruppo di Italia Viva. Nel 2022 l’approdo al Terzo Polo, fino al rientro nel Partito Democratico circa un anno fa, nel segno di un legame politico e personale mai davvero interrotto con Enrico Piergallini.

Il ritorno, tra primarie e responsabilità
Non è stato un ritorno privo di riflessioni. Sul tema delle primarie, Urbinati non fa mistero della propria posizione: le avrebbe volute, le considera uno strumento prezioso di democrazia interna. “Il Partito Democratico nasce con le primarie», ricorda, e uno strumento simile avrebbe potuto allargare il confronto, coinvolgere iscritti, elettori, cittadini nella costruzione del progetto politico. Ma una volta tracciata la rotta della coalizione, la scelta è stata quella di mettersi a disposizione, senza riserve. Una candidatura che definisce “maturata nel segno della responsabilità”, con l’obiettivo dichiarato di portare nel consiglio comunale il peso di un’esperienza istituzionale che pochi, in città, possono vantare.

La pesca, un settore che affonda
Al cuore della sua analisi c’è una parola che torna spesso: coesione. O meglio, la sua assenza. Urbinati individua nella perdita di coesione sociale uno dei mali più profondi di San Benedetto, e individua nell’indebolimento dei settori storici dell’economia locale una delle cause principali. In cima alla lista c’è la pesca, comparto identitario per una città che ha costruito la propria anima sul mare e sulle reti. I numeri parlano da soli, e sono impietosi: le imbarcazioni si sono ridotte a un terzo rispetto a vent’anni fa. Un crollo figlio di normative europee sempre più stringenti, di un mercato che ha cambiato pelle, di una filiera che fatica a stare al passo. “Non è una crisi improvvisa”, sottolinea il candidato, “è un declino lento, che si è consumato sotto i nostri occhi senza che si trovasse una risposta all’altezza”. La risposta che propone Urbinati punta su un cambio di paradigma: meno quantità, più qualità. Una pesca organizzata per zone, capace di razionalizzare lo sforzo e ridurre la pressione sugli stock ittici. E poi le nursery in mare, aree protette dove le specie possano riprodursi e ricrescere, con benefici che si ripercuotono sull’intero ecosistema marino. Un approccio che guarda al futuro senza nostalgie, ma anche senza dimenticare che il mare per San Benedetto non è solo economia: è identità, cultura, storia.

La vasca di colmata: “Non va fatta”
Sul porto, Urbinati sceglie la nettezza. La vasca di colmata — progetto che divide la città da anni — per lui non si fa. Punto. “San Benedetto non ha bisogno di una vasca di quasi un milione di metri cubi profonda otto metri”, afferma, con la sicurezza di chi ha studiato la questione e ha maturato una convinzione solida. Il porto di San Benedetto, argomenta, è pienamente integrato nel tessuto urbano: non è una struttura isolata, ma un elemento che respira insieme alla città, che ne attraversa la quotidianità, che ne definisce il profilo. Realizzare un’opera di quelle dimensioni significherebbe stravolgere quell’equilibrio, con costi ambientali e sociali che giudica insostenibili. Le risorse disponibili, sostiene, andrebbero dirette altrove: a partire dal dragaggio dell’imboccatura e dell’interno del porto, interventi concreti, mirati, capaci di migliorare davvero la funzionalità dello scalo senza sacrificare il paesaggio e la vivibilità del lungomare.

“Per un ragazzo è impossibile vivere qui”
Ma è sul tema della casa che la voce di Urbinati si fa più tagliente, quasi amareggiata. San Benedetto, dice, sta smettendo di essere una città per tutti. Sta diventando, lentamente ma inesorabilmente, una città per ricchi. “Per un ragazzo ormai è impossibile vivere qui”, dice senza giri di parole. «Se non hai una casa ereditata dai tuoi genitori, non puoi affittare e non puoi comprare». I prezzi degli immobili hanno raggiunto livelli che definisce «elevatissimi»: in alcune zone della città si arriva a 4.500-5.000 euro al metro quadro, cifre che escludono di fatto le giovani coppie, le famiglie con redditi medi, chiunque voglia costruirsi una vita in questa città senza disporre di un capitale di partenza. Il paradosso, secondo Urbinati, è che si continua a costruire. Cantieri aperti, nuovi edifici, nuovi appartamenti. Ma non per chi vive San Benedetto tutti i giorni, non per chi la anima, non per i figli di chi ha fatto grande questa città. Il rischio concreto è quello di una comunità che si svuota dall’interno, che perde i suoi giovani non perché manchino opportunità altrove, ma perché il costo della vita li spinge via prima ancora che possano scegliere.

Una città da ricostruire, non solo da amministrare
Il quadro che emerge dal racconto di Urbinati è quello di una città a un bivio. San Benedetto del Tronto ha ancora tutte le carte in regola per essere un luogo di qualità della vita, per famiglie e giovani, per chi ama il mare e chi cerca un equilibrio tra lavoro e benessere. Ma quelle carte rischiano di non essere giocate bene, o di non essere giocate affatto. La sfida che si propone di raccogliere non è solo amministrativa: è prima di tutto politica, nel senso più alto del termine. Rimettere al centro le persone, costruire politiche capaci di tenere insieme sviluppo e accessibilità, rilancio del porto e tutela del paesaggio, lavoro e comunità. Una visione che, nelle intenzioni del candidato, deve tornare a essere il filo conduttore delle scelte pubbliche. Vent’anni di esperienza, una città da restituire ai suoi abitanti. Fabio Urbinati sembra sapere da dove vuole partire.


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