San Benedetto al voto, la visione di Andrea Traini: “Metto la mia esperienza al servizio di un progetto di rinnovo per la nostra città”

 

Ci sono candidati che arrivano alla politica con una visione, e ci sono candidati che ci arrivano con le cicatrici. Andrea Traini, avvocato sambenedettese con oltre vent’anni di toga sulle spalle e un curriculum amministrativo che attraversa tre stagioni diverse della vita pubblica cittadina, appartiene con tutta evidenza alla seconda categoria. Non con amarezza, sia chiaro — ma con quella consapevolezza lucida e un po’ disincantata di chi ha visto la macchina comunale da ogni angolazione possibile: da cittadino impegnato nel quartiere, da assessore al bilancio dentro la giunta, da capogruppo di opposizione sugli scranni di minoranza. Cinquant’anni portati con la leggerezza di chi non ha bisogno di dimostrare nulla, ma ancora la voglia di mettersi in gioco. E alle elezioni del 24 e 25 maggio, Traini ci si presenta con una consapevolezza ben precisa: le buone intenzioni, da sole, non bastano.

Dal lampione al bilancio: una scuola di realtà
La storia politica di Andrea Traini comincia dove cominciano molte storie vere: vicino casa, tra la gente, con i problemi ordinari che la grande politica ignora e che invece modellano la qualità della vita quotidiana. La presidenza di quartiere è stata la sua palestra, il luogo in cui ha imparato che una buca non riparata è anche un messaggio — di abbandono, di indifferenza, di distanza tra chi governa e chi abita. Lampioni spenti, marciapiedi dissestati, piccole incurie che si sommano e diventano un clima. Da quella scuola concreta nasce la sua visione dell’amministrazione come servizio di prossimità, prima ancora che come progetto politico. Ma è nel 2016 che il salto si concretizza: candidato nella lista “Siamo San Benedetto”, raccoglie 525 preferenze e risulta il più votato, aprendo le porte della giunta Piunti come Assessore al Bilancio e all’Ambiente. È, dice lui stesso con una formula efficace, il primo passaggio «dall’altra parte della barricata». Da cittadino critico ad amministratore responsabile, con tutto ciò che questo comporta: dover fare i conti con le risorse disponibili, navigare le secche della burocrazia, capire che tra un’idea e la sua realizzazione si apre spesso un abisso. Non è un’esperienza che lo ha spento. Lo ha temprato. E in un certo senso lo ha reso più utile: perché chi conosce il meccanismo dall’interno sa dove si inceppa, sa quali leve muovere, sa dove le buone intenzioni si trasformano in atti concreti e dove invece si perdono nei meandri delle procedure.

L’opposizione come scuola di alternativa
Poi arriva il 2021, e con esso una nuova svolta. Traini è ancora una volta il più votato della sua lista, stavolta con Fratelli d’Italia. Ma il centrodestra perde, e lui si ritrova all’opposizione contro la giunta Spazzafumo. Un altro «passaggio cruciale», come lo definisce, che gli consegna un’ulteriore prospettiva: quella del controllo, della critica costruttiva, dell’opposizione che non si limita a protestare ma avanza proposte. È in questa stagione che Traini, probabilmente, matura la sua visione più completa della politica locale. Vedere dall’esterno ciò che si era visto dall’interno è una forma di doppio sguardo preziosa, rara. Sa cosa si può fare e cosa si promette sapendo che non si farà. Sa distinguere tra il coraggio amministrativo e la convenienza elettorale. Sa, soprattutto, che San Benedetto ha un problema strutturale che non riguarda le persone in campo, ma il ritmo con cui le cose si fanno o non si fanno.

La scommessa Mozzoni: “Serve linfa nuova, ma anche chi sa nuotare”
Il centrodestra ha scelto di puntare su Nicolò Mozzoni, 41 anni, una faccia nuova per guidare la coalizione. Traini non nasconde la sua adesione convinta a questa scelta — e le sue ragioni sono rivelatori del modo in cui legge la situazione cittadina. “È linfa nuova”, dice, “ha l’energia per fare quel salto di qualità che la città aspetta”. Non è nostalgia del passato, né rottura per principio: è la lettura pragmatica di una città che ha bisogno di ripartire, e che per farlo ha bisogno di qualcuno che non porti il peso degli errori precedenti. Ma Traini è abbastanza onesto da non fermarsi all’entusiasmo. Accanto alla freschezza del candidato sindaco, serve una squadra di «veterani» — la parola è sua — che conosca i labirinti della burocrazia italiana. Non per conservare il vecchio, ma per evitare che i progetti si arenino, che le buone idee si impantanino nelle procedure, che l’inesperienza diventi un alibi per l’immobilismo. Ed è qui che entra in gioco la sua candidatura: mettere a disposizione del progetto collettivo una competenza tecnica e istituzionale costruita in anni di pratica diretta. Senza primadonnismo, con la consapevolezza di chi sa che in politica la squadra vale più del singolo.

Le opere incompiute: il dossier dell’attesa
Il nodo gordiano, per Traini, è quello delle grandi opere che San Benedetto ha in sospeso da troppo tempo. Il lungomare, il Ballarin, la piscina all’aperto: cantieri aperti nel senso metaforico, promesse che si rinnovano ad ogni tornata elettorale senza mai trasformarsi in realtà. «Non possono più aspettare», afferma con una fermezza che suona meno come slogan e più come diagnosi. La sua analisi individua nel lungo termine la condizione necessaria per sbloccare questi nodi: occorre una continuità amministrativa di almeno dieci anni per portare a compimento opere che richiedono pianificazione, finanziamenti, progettazione esecutiva, appalti, controllo dei lavori. Un orizzonte che nessuna giunta, negli ultimi anni, sembra essersi data davvero. In questo quadro, la competenza burocratica non è un dettaglio tecnico ma una questione politica di primo ordine. Sapere come si scrive un capitolato d’appalto, come si gestisce un contenzioso con un’impresa, come si struttura un cronoprogramma credibile: sono le cose che fanno la differenza tra un’opera che si fa e un’opera che rimane nel cassetto dei buoni propositi.

Sicurezza: tecnologia al servizio del territorio
Sul tema della sicurezza, Traini sceglie un approccio concreto e un po’ controcorrente rispetto alla retorica del “più poliziotti nelle strade”. Non si tratta, dice, di militarizzare la città, né di sostituire le forze dell’ordine. Si tratta di dotare la Polizia Municipale degli strumenti tecnologici che già esistono e che altri Comuni hanno adottato con risultati positivi: bodycam per documentare gli interventi, taser come strumento di deterrenza non letale. La proposta è volutamente pragmatica, priva di inflessioni ideologiche. Le bodycam proteggono sia i cittadini sia gli agenti, riducono i contenziosi, aumentano la trasparenza. Il taser, gestito con formazione adeguata, offre un’alternativa concreta in situazioni che oggi rischiano di sfuggire di mano. Non è populismo securitario: è modernizzazione di un servizio pubblico che lavora spesso in condizioni di inferiorità tecnica.

Il centro svuotato e lo sport come risposta sociale
C’è un’immagine che ritorna nel racconto di Traini con la forza delle cose vissute: le vetrine sfitte del centro. «Fa male», dice, e la semplicità dell’espressione dice più di qualsiasi analisi economica. Una vetrina vuota è un segnale di declino, una ferita nel tessuto urbano, un sintomo di qualcosa che non funziona nel rapporto tra una città e la sua anima commerciale. La risposta che propone non è di ordine fiscale o burocratico, almeno non nella sua enunciazione principale. È relazionale: costruire sinergie vere tra commercianti e amministrazione, abbattere quella distanza che spesso trasforma i titolari di attività in soggetti passivi di decisioni prese senza di loro. Il commercio locale non si salva con le agevolazioni spot, si salva quando si sente parte di un progetto condiviso. E poi c’è lo sport. Non come intrattenimento, non come business, ma come funzione sociale. Traini usa una parola che torna raramente nel dibattito politico: «alternativa». Alternativa a cosa? A uno schermo, all’isolamento, alla deriva silenziosa di una generazione che cresce senza luoghi fisici di incontro e di fatica condivisa. Lo sport — quello praticato, non quello guardato — è palestra di comunità, scuola di regole, spazio dove i giovani imparano qualcosa che la scuola e la famiglia da soli non riescono sempre a trasmettere.

L’appello contro l’apatia
Traini chiude il suo discorso con uno sguardo che si allarga oltre la competizione elettorale. Riconosce il valore professionale degli avversari — un gesto insolito in un clima politico spesso incline alla demonizzazione dell’altro — ma critica la loro visione, e soprattutto critica il nemico comune: l’apatia. La non partecipazione. Il disincanto che porta i cittadini a non votare, a non candidarsi, a delegare tutto a qualcun altro e poi lamentarsi del risultato. “La politica è partecipazione”, afferma, e in questo non c’è nulla di retorico: è la sintesi coerente di un percorso che è partito da una presidenza di quartiere e si è sviluppato in vent’anni di impegno mai interrotto. Vedere molti giovani candidarsi a queste elezioni lo incoraggia, lo legge come un segnale di vitalità che la città aveva bisogno di dare a se stessa. La sfida, però, rimane aperta. San Benedetto del Tronto ha bisogno di chi sappia non solo promettere, ma consegnare. Non solo entusiasmare, ma costruire. Non solo vincere le elezioni, ma non deludere chi in quelle elezioni ha riposto la propria speranza. È la scommessa di sempre, in ogni città. E Traini, con i suoi vent’anni di esperienza alle spalle, sa meglio di chiunque quanto sia difficile — e quanto valga la pena di tentare.


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