San Benedetto, la trasformazione della marineria. Il consigliere comunale Marinangeli: “Clima tropicale, flotta dimezzata, concorrenza europea e scarso ricambio generazionale”

 

San Benedetto del Tronto ha costruito la propria identità sul mare e sulla pesca. Ma quella marineria che per decenni ha rappresentato una delle voci economiche più importanti della città oggi affronta una trasformazione profonda, fatta di temperature che salgono, flotte che si riducono e un mestiere sempre meno attrattivo per le nuove generazioni. A raccontarlo è Lorenzo Marinangeli, consigliere comunale e commerciante ittico, che da San Benedetto osserva ogni giorno cosa arriva e, cosa non arriva più, al mercato del pesce. Il primo cambiamento, secondo Marinangeli, riguarda il clima, diventato “più tropicale, quindi più caldo”. Un’evoluzione che si riflette sulle temperature marine, con inverni più miti rispetto al passato, e che ha modificato la presenza di alcune specie lungo la costa. Un esempio su tutti è la mazzancolla, oggi disponibile in grandi quantità nel periodo tra ottobre e gennaio – un fenomeno che un tempo non si registrava e che oggi rappresenta una risorsa in più per l’economia locale – mentre nei mesi di aprile, maggio e giugno si concentra la pesca di altre specie ittiche, come il gamberetto rosa, particolarmente redditizie per pescatori e commercianti. Se il mare ha modificato la sua fisionomia, altrettanto radicale è stato il ridimensionamento della flotta peschereccia. Il consigliere fornisce un dato eloquente: dove un tempo San Benedetto contava 60-70 imbarcazioni di rilievo, oggi non se ne contano più di 30. Una riduzione che si traduce, spiega, in una perdita economica diffusa: “Per una barca che manca è come se una maglia di una rete si sfilasse”, trascinando con sé non solo il reddito diretto dell’equipaggio, ma l’intero indotto che ruota attorno alla pesca. Ad allargare lo strappo nella rete concorrono più cause: dalle politiche di rottamazione delle imbarcazioni, giudicate critiche perché premiano il tonnellaggio della barca più che il ricambio generazionale, alla riduzione dei giorni di pesca settimanali, passati da quattro a tre. Una scelta che, come chiarisce, comporta meno pescato complessivo al mercato ittico, con conseguenze dirette sui prezzi: “quando arrivano meno barche al porto, l’offerta si riduce e il mercato reagisce di conseguenza”.

Un altro tema centrale riguarda la competitività con il resto d’Europa. Se un tempo il confronto tra commercianti ittici avveniva soprattutto tra realtà italiane – San Benedetto, Manfredonia, Chioggia – oggi il riferimento è diventato internazionale: Francia, Spagna e altri paesi europei offrono prodotti a prezzi spesso più bassi, costringendo i grossisti italiani ad allinearsi per non perdere clienti. In questo scenario, per un commerciante come lui, la sopravvivenza dipende dai volumi: con margini di guadagno che si aggirano intorno a un euro e mezzo al chilo – al netto delle spese per dipendenti, ghiaccio e facchinaggio – solo grandi quantità di prodotto permettono di ottenere un margine sostenibile. Diversamente, avverte, il rischio per i grossisti è di “andare indietro come i gamberi”, fino a compromettere la sopravvivenza stessa dell’attività. Nel mirino del consigliere finiscono anche alcune normative comunitarie, ritenute pensate più per l’Atlantico che per l’Adriatico. A suo avviso, taglie minime e regole sui giorni di pesca, andrebbero riviste per dare maggiore elasticità ai pescatori, permettendo loro di adattare l’attività ai periodi più favorevoli, anziché sottostare a vincoli rigidi che non tengono conto delle specificità del territorio. Il dato più preoccupante, tuttavia, riguarda il futuro della manodopera. Oggi, spiega, gran parte degli equipaggi è composta da lavoratori stranieri, perché i giovani italiani si allontanano sempre più da un mestiere duro, fatto di turni di 24 ore consecutive lontano da casa, a fronte di uno stipendio spesso comparabile a quello di un lavoro in fabbrica, ma con condizioni di vita decisamente più sacrificate. Il sistema retributivo dei marinai, legato in parte alla resa della pesca e diviso “a metà spese”, rende il reddito variabile e dipendente dal prezzo di mercato del pescato. Per Marinangeli, un marinaio dovrebbe poter contare su una media di circa 2.000-2.500 euro al mese, una soglia che renderebbe il mestiere più attrattivo per le nuove generazioni.

A complicare ulteriormente il quadro c’è il costo del carburante: con il prezzo del gasolio che ha superato la soglia dell’euro, i margini di guadagno degli armatori si assottigliano, anche a fronte di un pescato quantitativamente stabile o addirittura superiore rispetto al passato grazie al miglioramento della tecnologia di bordo e delle attrezzature. Per il consigliere, la partita si gioca ormai sul piano politico: servono incentivi concreti per il ricambio generazionale nelle imprese di pesca, una revisione delle regole sulla rottamazione delle imbarcazioni e un sostegno che valorizzi davvero il prodotto ittico locale. “Se un’azienda come la mia muore”, conclude Marinangeli, “muore una parte importante della storia di San Benedetto, che è nata proprio con i pescatori e con le aziende che commerciano il pesce. Una storia scritta sul mare, che oggi la politica è chiamata a difendere”.


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