San Benedetto al voto, l’impegno di Paolo Canducci: «La mia città, tra radici profonde e il sogno di una realtà che torni a respirare»

 

Ci sono persone per cui la politica non è un mestiere, né un palcoscenico per ambizioni personali, ma una forma di cittadinanza attiva che inizia tra i banchi di scuola e non si spegne mai. Paolo Canducci, avvocato civilista classe 1975, appartiene a questa categoria di “appassionati resistenti”. Lo capisci da come parla della sua città: non come un insieme di numeri o fredde delibere, ma come un organismo vivo che, a suo dire, negli ultimi anni ha perso smalto, cura e, soprattutto, quel respiro internazionale che l’ha sempre contraddistinta.

Una vita in “verde”
Incontrandolo tra le vie che conosce a memoria, l’impressione è quella di un uomo che ha saputo conciliare la concretezza analitica della professione forense con l’idealismo di chi, già a diciotto anni, sognava un mondo più sostenibile. “Sono passati trent’anni da quando mi sono iscritto ai Verdi”, ricorda con un sorriso che sa di coerenza. In un panorama politico fluido, dove i simboli cambiano come il vento di mare, Canducci è rimasto lì, fedele a un’idea di ecologia che oggi è diventata urgenza collettiva. Dopo dieci anni da assessore e un mandato all’opposizione, ha scelto di correre nella lista AVS, sostenendo la candidatura a sindaco di Giorgio Fede. Non è una sfida cercata per inerzia, ma un atto di amore ferito verso una città che vede scivolare in un lento declino.

Il cuore nelle piccole cose: decoro e dignità
Secondo Canducci, il fallimento di una comunità si legge nelle piccole crepe: nei marciapiedi sconnessi, nel verde pubblico abbandonato, nell’incuria che rende difficile il cammino a un anziano o a un disabile. Il suo giudizio sulle ultime amministrazioni – da quella di centrodestra di Piunti a quella attuale di Spazzafumo – è netto: un totale fallimento gestionale. «Il decoro non è estetica, è rispetto per chi paga le tasse», ripete. La sua proposta è quasi chirurgica nella sua semplicità: smettere di vantarsi degli avanzi di bilancio mentre le strade cadono a pezzi. Serve una programmazione seria, dove ogni euro stanziato per la manutenzione ordinaria venga effettivamente speso per ridare dignità ai quartieri e sicurezza ai cittadini.

Visioni di futuro: il mare e il diritto all’abitare
Ma la visione di Canducci non si ferma al presente. Guarda al mare, cuore pulsante dell’economia locale, vedendo nella direttiva Bolkestein non solo un ostacolo burocratico, ma l’occasione irripetibile per ridisegnare il volto della costa: più servizi, più qualità e un equilibrio nuovo tra stabilimenti e spiagge libere, con un’attenzione particolare agli spazi per gli animali domestici. E poi c’è il tema che gli sta più a cuore: la casa. In una città che invecchia e che diventa sempre più cara, i giovani fuggono. Qui emerge l’avvocato che vede quotidianamente le difficoltà delle famiglie: propone un Comune che si faccia garante per gli affitti a canone agevolato e che, insieme all’ERAP, trasformi il cemento dismesso in nuove opportunità abitative sociali. “Una città che non offre un tetto ai suoi figli è una città che sta rinunciando al proprio futuro”, sottolinea con vigore.

La sfida al “passato che ritorna”
Canducci non usa giri di parole per descrivere la competizione elettorale. Guarda alla coalizione avversaria guidata da Nicola Mozzoni e la definisce senza mezzi termini un “Arlecchino” politico. Vi vede un raggruppamento di volti già noti che hanno già avuto la loro occasione, fallendola ripetutamente. La sua scommessa è diversa: una San Benedetto moderna, che sfrutta le comunità energetiche per abbassare le bollette, che potenzia i bus notturni per permettere ai ragazzi di divertirsi in sicurezza e che smette di gettare cemento inutile per tornare a piantare alberi. Paolo Canducci corre per questo: per ridare a San Benedetto quella luce e quell’energia che, camminando per il porto, sente ancora vibrare sotto la cenere di anni difficili.


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