Terremoto, studio dell’Ingv: dai satelliti i primi indizi per prevederli

ROMA – Circa tre anni prima del terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009 i satelliti hanno rilevato un abbassamento del suolo di un centimetro e mezzo in un’area vicina alla zona dell’epicentro. Il risultato, frutto di una ricerca coordinata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), che potrebbe essere legato a una fase preparatoria del terremoto. Tuttavia, afferma lo stesso Ingv, “la previsione dei terremoti è un traguardo ancora lontano dall’essere raggiunto“.

La ricerca, coordinata da Marco Moro dell’Ingv è stata condotta in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria Civile e meccanica (DICeM) dell’Università di Cassino e del Lazio meridionale e il dipartimento di Ingegneria civile, edile-architettura e ambientale (Diceaa) dell’Università dell’Aquila. L’analisi si è basata sulle immagini radar rilevate dai satelliti della costellazione Cosmo SkyMed, dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e il canadese Radarsat-2. I dati indicano che la deformazione del suolo in due bacini nell’area dell’epicentro del terremoto del 2009 è stata causata dal progressivo abbassamento del falde acquifere, a sua volta determinato dallo spostamento dei fluidi nelle fratture formate nella roccia.

La formazione di queste fratture è nota da tempo agli studiosi e i satelliti hanno permesso di escludere altre altre cause dello spostamento del suolo. Si è deciso così di applicare queste conoscenze a forti terremoti già avvenuti e in contesti geologici diversi per constatare se il fenomeno potrà essere osservato e misurato in maniera analoga. “Solo così – ha detto Moro – l’osservazione dell’andamento nel tempo delle deformazioni, in zone sismicamente attive, potrebbe in un prossimo futuro rappresentare un utile strumento di previsione di eventi sismici con successiva attivazione di interventi per la mitigazione del rischio sismico”.

Tre ‘indizi’ apripista pubblicati in pochi giorni.

Osservare le deformazioni del suolo con l’aiuto dei satelliti e misurare livello e composizione chimica dell’acqua che scorre nel sottosuolo sono due delle vie che la ricerca ha cominciato a percorrere in cerca dei possibili indizi dell’arrivo di un terremoto. Accanto a queste, si cerca di ricostruire la sequenza di eventi innescata dalla rottura di una faglia per mettere a punto un sistema di allerta precoce.

La prima ricerca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, è coordinata dall’Ingv e condotta con le Università di Cassino e L’Aquila. Le immagini dei satelliti radar mostrano una depressione del suolo di 1,5 centimetri iniziata nel 2006 nella stessa area dell’epicentro del terremoto che ha colpito L’Aquila nel 2009.
Per il coordinatore della ricerca, Marco Moro, la possibile relazione tra la deformazione del suolo e l’arrivo di un terremoto “va verificata su altri sismi” e per questo si sta cercando un accordo con società specializzate in analisi dei dati da satellite per studiare terremoti avvenuti in passato in zone con caratteristiche geodinamiche diverse. In Italia le ricerche potrebbero concentrarsi “nelle cosiddette zone di ‘lacuna sismica’, nelle quali le faglie sono ferme da troppo tempo”.

Il secondo articolo, sempre su Scientific Reports e coordinato da Marco Petitta, dell’Università Sapienza di Roma, ha analizzato la variazione nella composizione chimica dell’acqua, con la comparsa di elementi come arsenicocromovanadio e ferro. Il fenomeno, osservato dal maggio 2016 nella piana di Sulmona, è stato causato da un’anomalia nelle rocce più profonde osservata in relazione alla sequenza sismica di Amatrice-Norcia del 24 agosto 2016. “L’idea è nata dalle modifiche sostanziali nel flusso delle acque di falda e di sorgente osservate dopo il terremoto de L’Aquila del 2009”, ha detto Petitta. L’energia, i gas e i fluidi liberati dai terremoti potrebbero essere all’origine dei cambiamenti nell’acqua.

La ricerca sta andando avanti nella stessa zona grazie a nuovi sensori, mentre si punta a individuare più zone pilota, anche in collaborazione con gruppi di ricerca di altre nazioni. Quella della previsione dei terremoti, ha osservato Petitta, “è una strada lunga e accidentata e non è detto che ci si riesca, ma c’e’ un’apertura della ricerca in questa direzione, con potenziali risultati anche se non a breve termine”.

La terza ricerca, pubblicata su Science, è stata condotta dal California Institute of Technology (Caltech) e ha ricostruito in un modello gli eventi immediatamente successivi alla rottura di una faglia sulla base dell’analisi di 100 terremoti, con l’obiettivo di proporre un sistema di allerta precoce.

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